terça-feira, 3 de maio de 2011

Per i Combattenti

por Gabrielle D'Annunzio

I

Signor di sangue, Dio dei combattenti,
non a te supplichiamo con la faccia
alzata, non leviamo noi le braccia
verso te, non gli altari tuoi cruenti

serviamo con le man protese o giunte
né ti cerchiamo noi con la preghiera
nostra nei luoghi altissimi, di sfera
in sfera, tra le tue falangi assunte;

ma ci prostriamo con la fronte bassa,
ma contro il suolo noi poniam la fronte
nuda, poniamo il viso nelle impronte
umili, il fiato dove il piede passa,

c’inginocchiamo, o Dio della battaglia.
dove la Patria è nostra, nella mota,
nell’erba, nella strada che la ruota
solca, nel campo che l’aratro taglia,

dove la zolla è come nostra polpa,
dove il fiore è un pensiero di mill’anni
intimo e fresco in noi come gli affanni
segreti dell’infanzia senza colpa,

dove la foglia è un cuore che si frange,
dove il sasso è la vertebra scolpita
d’una potenza che in un’altra vita
fu nostra, dove tutto parla e piange,

dove tutto per noi ricorda e spera,
dove a noi l’acqua è lacrime e rugiade,
dov’è l’autunno tutto quel che cade
di noi tristi, dov’è la primavera

tutto quel che di noi si rinnovella
e gemma e fa di noi virgulto e ramo;
quivi, Signore Iddio, c’inginocchiamo
quivi chiniam la fronte, ch’è più bella;

perché, Nostro Signore, non nei cieli
sei ma sotterra sei, ma sei profondo
nel nero suolo, occulto sei nel mondo
di giù, Dio che col fuoco ti riveli;

e non hai cura delle tue felici
selve, non nutri il seme, non concedi
al germe il fimo fendere, ma i piedi
dei combattenti sono le radici

della tua primavera annunziata
dall’Arcangelo, i piedi dolorosi
dei combattenti, i piedi sanguinosi
dei figli nella terra insanguinata,

Signor di sangue, e tutto il lor dolore
e nella terra una fecondità
per sempre, nella terra una bontà
per sempre, un spino, un eternale ardore.

II

Udimmo i loro gridi nella notte,
  
udimmo i loro canti nel mattino
pieni del grande zefiro latino
come vele tesate dalle scotte.

Ascoltammo nell’alba dell’insonne
urbe, nell’ora della tua rugiada,
  
crescere l’inno e rimbombar la strada
sotto lo scalpitìio delle colonne.

Il cuore delle madri coraggiose
rosso balzava innanzi al lor coraggio,
ed era un sole più che il sol di maggio

fervido; e il nido al chiaro inno rispose.

S’oscuraron nell’ombra tutti i marmi,
risplendettero tutte le fucine.
Le città ridivennero eroine
fumide, ansarono: Armi! Armi! Armi!


 
Le città ebber l’anima d’acciaio
sfavillanti d’acerrimo travaglio.
Taluna fu dismisurato maglio;
taluna, innumerevole telaio.

Ed eglino passavano cantando
 
per le diritte vie, verso le porte:
prima la Gloria ed ultima la Morte,
duce e seguace. Ed era il primo bando.

Erano i primigeniti del sole,
erano le primizie, eran le offerte

virginee, le vittime più certe,
Signor di sangue, la più maschia prole.

Erano l’ostie ai sacrifici tuoi
su gli altari terribili dei monti,
grandeggiando da tutti gli orizzonti

 la madre delle messi e degli eroi;

ché, ubertà di Dio, lungo le strade
degli eserciti già spigava il grano
alto e vedeasi contra il flutto umano
ripalpitare l’onda delle biade,


 
 e la madre era bella come i figli,
era la prole come le colline
e le ripe, era bella come il crine
dell’alpe, come il grano e come i gigli.

Ed era il sogno simile alla vita

com’è simile al mosto il sangue ardente,
quando il genio di tutta la tua gente
raggiò dalla primissima ferita.

Il valor rise come il fiore sboccia.
Ala, una città presa per amore!
  
E l’eroe d’Ala avea nome Cantore!
E il suo canto è scolpito nella roccia.


III

Ma dall’immondo Barbaro la viva
guerra sepolta fu come carogna
truce, posta a marcire nella fogna
 buia, stivata nell’orrenda stiva,

soffocata nel tossico fumante
e rituffata nella lorda pozza
come quell’ira che del fango ingozza
nello Stige implacabile di Dante.

 
 E i figli dell’ulivo e della spica,
i chiari primigeniti del sole,
scesero giù nelle maligne gole
a consumar la lùgubre fatica.

Quegli che avea sospeso le ghirlande
 dei pampini all’amico olmo soavi,
assi aguzzò, ficcò pali, ugnò travi,
costrusse il suo sepolcro ognor più grande.

Quegli che a’ poggi avea falciato il caldo
fieno e negli orti munto l’alveare,
 sacchi empié, more alzò, cementò ghiare,
costrusse il suo sepolcro ognor più saldo.

E la divinità era presente.
Ogni moggio di fresca terra offerto
era al genio di Roma, al giorno certo.
  
E seco ebbe i penati il combattente.

Il ciel del Palatino ebber gli eroi
su l’ira, il tempio aereo che il vate
segnava con la verga adunca (alate
armi parvero stormi d’avvoltoi),

 
 quando giù nelle fosse un furibondo
grido fendé le tuniche di loto
intorno ai petti; e l’impeto devoto
balzò, irto di cuori, dal profondo.

Impeto, primogenito del fuoco,
 
spirito dell’incendio e della piena,
più celere del grido che ti sfrena
subitamente al dubitoso giuoco;

Impeto, condottiere dell’assalto
disperato, che cozzi con la fronte
  
e tanto hai più di lena quanto il monte
è più nudo, più ripido e più alto;

Impeto, ghermitor della fortuna
improvviso, che sì l’insegui e serti
con la punta alle reni e sì l’afferri
  
a’ capegli e non hai pietà veruna,

demone della nostra lotta, gloria
a te che su la guerra seppellita
sol per noi rilampeggi e con l’ignita
bocca avvampi le penne alla Vittoria!

21 gennaio 1916

 

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